Un avvocato che conosco, uno che lavora soprattutto sul civile, qualche mese fa mi diceva che almeno una telefonata su tre in studio è per i dentisti.
Non per cardiochirurghi, non per oncologi. Dentisti.
La prima volta che me l’ha detto ho pensato esagerasse. Poi ci ho ragionato sopra e in fondo torna.
Quando esci da uno studio odontoiatrico il lavoro ce l’hai in bocca: lo tocchi con la lingua, ci mastichi sopra, ti guardi allo specchio.
Se l’impianto balla o la corona non chiude bene te ne accorgi nel giro di poco, e a quel punto vuoi capire cos’è successo.
Quello che segue non è un manuale. Non sostituisce un avvocato e non sostituisce un medico legale.
Sono appunti, niente di più, per chi ha il sospetto di essere finito in un guaio dal dentista e non sa da che parte cominciare.
Quanto è diffuso il problema
I numeri ufficiali dicono poco. Le compagnie che assicurano gli odontoiatri parlano di percentuali di contenzioso basse sul totale delle prestazioni, qualche decimo di punto.
Sembra una cosa marginale.
Poi però ti ricordi quante prestazioni si fanno ogni giorno in Italia, fai due conti, e quei decimi di punto diventano un sacco di gente.
C’è poi tutto un pezzo che nelle statistiche non entra. Tante controversie davanti a un giudice non ci arrivano nemmeno.
Si chiudono con una transazione riservata, oppure il paziente molla per stanchezza dopo mesi di rimpalli, oppure il dentista si offre di rifare il lavoro a sue spese e amen, finita lì.
Da quello che ho visto io, parlando con qualche medico legale e leggendo un po’ di pareri, i pazienti realmente danneggiati sono parecchi di più di quelli che finiscono nelle statistiche delle assicurazioni.
Quanti di più, onestamente, non lo so.
Cosa è malasanità, e cosa no
La parola viene usata male, quasi sempre. Un trattamento doloroso non è malasanità.
Una protesi che cede dopo dieci anni di onorato servizio non è malasanità.
Un impianto fallito in un paziente fumatore che al curante aveva detto di fumarne la metà, di solito, non lo è.
Le cose vanno male anche quando vengono fatte bene. Importante partire da qui, sennò si parte già sbagliati.
I tre elementi che servono per parlare di responsabilità
Perché si possa parlare di responsabilità ci vogliono tre cose, tutte e tre insieme.
Una condotta del dentista che si discosta da quello che andava fatto.
Un danno reale, che sia funzionale, biologico, estetico, o anche solo economico.
E un nesso tra le due cose. Se manca uno dei tre, il caso non c’è.
Non importa quanto sei arrabbiato - e capisco bene che si possa essere arrabbiati parecchio - senza quei tre elementi una causa non sta in piedi.
Gli errori che si ripetono
Gli errori che ricorrono sono sempre più o meno gli stessi.
Lesioni del nervo alveolare inferiore durante un’estrazione del dente del giudizio o durante l’inserimento di un impianto in zone delicate.
Protesi e ponti fatti senza una pianificazione vera, che cambiano l’occlusione e mandano il paziente in giro per due anni con cervicalgie che non gli passano, senza che nessuno gli dica che il problema viene dalla bocca.
Endodonzie con strumenti rotti dentro al canale e mai segnalati al paziente.
Impianti messi in osso insufficiente, senza rigenerativa.
Ortodonzie partite con piani ambiziosi sopra problemi parodontali che andavano trattati prima, non dopo.
Tra i medici legali gira una battuta: il caso più semplice da portare a casa è quello in cui il collega non ha fatto la TAC pre-operatoria. Lì la difesa diventa dura.
Il consenso informato
Qui ho un’opinione e la dico chiara. In Italia, in tanti studi, il consenso informato è una pratica da accettazione.
Foglio prestampato, sala d’attesa, l’assistente ti passa la penna mentre fuori squilla il telefono, tu firmi. Fine.
La Cassazione, da anni, ha stabilito che la mancanza di un consenso vero è di per sé un danno, separato dall’eventuale errore tecnico.
Tradotto: anche se l’intervento è stato fatto a regola d’arte, se non ti hanno spiegato i rischi specifici hai diritto a un risarcimento, perché ti è stata tolta la possibilità di scegliere consapevolmente.
Non sto inventando, è giurisprudenza solida.
Il consenso, comunque, non è la firma. È la conversazione che dovrebbe stare prima della firma.
Se ti mettono davanti due pagine fitte dieci minuti prima di salire in poltrona, hai tutto il diritto di chiedere di portartele a casa, leggerle con calma, chiedere chiarimenti, sentire anche un secondo parere.
Un professionista serio non storce il naso, e se lo fa è già un campanello.
Le prime settimane sono quelle che contano
La differenza tra una pratica che cammina e una che si impantana sta quasi sempre nelle carte.
Lo dico senza addolcirla: senza documentazione il caso non c’è.
Muoviti presto, perché la memoria sbiadisce in fretta e perché, soprattutto con certe catene low cost, può capitare che lo studio chiuda o passi di mano nel giro di pochi mesi.
Cosa procurarsi
La cartella clinica completa, che lo studio è obbligato a darti su richiesta scritta in tempi ragionevoli (di solito intorno ai trenta giorni).
Tutte le radiografie e le TAC, comprese quelle fatte prima del trattamento, che spesso sono le più importanti di tutte.
Preventivi, fatture, ricevute dei pagamenti, comprese quelle dei trattamenti correttivi che hai dovuto fare altrove.
Il consenso informato firmato, sì, anche se è il classico foglio anonimo: in quel caso la sua genericità ti aiuta, non ti danneggia.
Le foto cliniche, se le hanno fatte (in odontoiatria non è scontato).
Prima dell'avvocato, il medico legale
Su questo mi sbilancio. Prima di andare dall’avvocato, vai da un medico legale che si occupi di odontoiatria forense.
È una figura che non tutti conoscono, ma esiste e vale i soldi che chiede.
Una buona parte delle richieste di risarcimento, viste con freddezza sul piano tecnico, non sta in piedi.
Meglio scoprirlo subito che dopo due anni di lettere e raccomandate.
ATP, mediazione, causa
Per i casi sanitari, dopo la legge Gelli-Bianco del 2017, c’è un passaggio obbligatorio prima di fare causa: o un Accertamento Tecnico Preventivo (l’ATP), o in alternativa una mediazione. Molti pazienti si spaventano quando ne sentono parlare.
In realtà spesso è proprio lì che si chiude tutto: un consulente nominato dal giudice valuta il caso, le parti si confrontano, e si arriva a un accordo senza andare avanti col merito.
Se sei curioso di approfondire l'iter passo dopo passo, una guida ben fatta e aggiornata è quella pubblicata dallo Studio Cova sul risarcimento danni odontoiatrici, che ricostruisce in modo abbastanza puntuale tempistiche e documenti necessari nelle varie fasi.
Sui tempi non racconto bugie.
Tra trattativa, ATP ed eventuale causa di merito, una vicenda odontoiatrica in Italia sotto i due o tre anni difficilmente si chiude.
A volte servono quattro anni. Se qualcuno ti promette tempi rapidi e cifre certe, ti sta vendendo qualcosa.
Quanto si può ottenere
Dipende da troppe cose per dare una risposta secca, e chiunque te ne dia una sta semplificando troppo.
Per dare un ordine di grandezza: una lesione permanente del nervo alveolare inferiore con parestesia stabile, di solito, viene quantificata intorno al quattro-otto per cento di invalidità permanente.
A seconda dell’età, il solo danno biologico può valere indicativamente tra i quindicimila e i quarantamila euro, prendendo a riferimento le tabelle di Milano.
Poi c’è il danno morale, le spese mediche già sostenute, e quelle future per rifare le cure: nei casi protesici complessi queste ultime, a volte, superano il danno biologico stesso.
Detto questo, nessuna formuletta funziona davvero.
Il danno alla persona si valuta caso per caso, dopo una visita medico-legale, con criteri di personalizzazione che cambiano anche parecchio da consulente a consulente.
Le cifre buttate lì a occhio, da chiunque vengano, prendile per quello che sono.
Una cosa che si dice poco
Faccio una piccola eresia, e poi chiudo.
Non tutti i pazienti scontenti sono vittime di malasanità, e non tutti i dentisti citati in giudizio hanno sbagliato qualcosa.
La cultura del risarcimento facile, quando si diffonde, ha conseguenze pratiche: premi assicurativi che salgono, medicina difensiva, esami in più che alla fine paghiamo noi pazienti, e un rapporto col proprio dentista che si avvelena prima ancora di cominciare.
So che non è una posizione popolare.
Però, e per me viene prima del resto, il paziente davvero danneggiato - quello che ha perso la sensibilità di mezza bocca, o una fila di denti, o un anno di vita normale tra dolori e nuovi interventi - ha tutto il diritto di essere ascoltato e di ottenere qualcosa di serio.
Tenere insieme queste due cose è la parte difficile. In queste righe non sono sicuro di esserci riuscito.
Se ti riconosci nel secondo gruppo, due cose subito.
Raccogli le carte. Fatti vedere da un medico legale e da un avvocato. Il resto viene dopo.